Di Gil Ayache, PhD — Mines Paris – PSL  ·  cofondatore di Blue Portance
· Lettura: 21 min

L’adattabilità è la capacità di un sistema vivente di mantenere le proprie funzioni o di riorganizzarle quando il suo ambiente cambia. Si manifesta dalla cellula all’ecosistema, ma attraverso meccanismi diversi: regolazione, plasticità, apprendimento, evoluzione, resilienza. Il «potenziale di adattabilità» designa lo spazio delle risposte che un sistema può ancora mobilitare.

Questo dossier distingue adattamento, plasticità, acclimatazione, robustezza ed evolvibilità, esamina i meccanismi e i costi dell’adattabilità, poi precisa in che senso si possa parlare di «legge del vivente»: un principio di organizzazione comune, non un meccanismo unico.

Il quadro di riferimento SBNFA™ di Blue Portance traspone questo principio al corpo umano seduto, secondo due espressioni, l’adattabilità posturale e l’adattabilità tissutale, che un circuito sensoriale e propriocettivo collega nell’aggiustamento. Infine, il dossier presenta ciò che l’architettura Aporia® rende possibile secondo questa valutazione, e ciò che resta da dimostrare.

Introduzione

L’adattabilitàAdattabilitàConcetto integratore Blue Portance che designa la capacità del corpo di adattare la propria organizzazione posturale e le proprie risposte tissutali di fronte alle sollecitazioni, preservando equilibrio, mobilità e ripartizione dei carichi.Leggi la scheda completa : Adattabilità è uno dei principi più condivisi del vivente: gli organismi persistono perché possono mantenere le proprie funzioni malgrado le variazioni del loro ambiente, o modificarle quando tali variazioni lo richiedono. Il vivente si sviluppa infatti in condizioni mutevoli. Così, la temperatura, la disponibilità delle risorse, i vincoli meccanici, le interazioni con altri organismi e le condizioni di riproduzione variano nel corso del tempo.

Questa capacità generale è quindi spesso designata con il termine adattabilità. La parola ricopre tuttavia diversi fenomeni distinti. Per esempio, una cellula può modificare il proprio metabolismo in pochi minuti, un organismo può adeguare la propria fisiologia nel corso della vita, una popolazione può evolvere nel corso delle generazioni e un ecosistema può riorganizzarsi dopo una perturbazione. Questi processi sono certo legati da una stessa domanda — come mantenere una certa funzionalità di fronte al cambiamento? — ma non dipendono dagli stessi meccanismi.

Adattabilità, adattamento e plasticità

Occorre inoltre distinguere l’adattabilità dall’adattamento. Innanzitutto, l’adattabilità designa una capacità o una proprietà funzionale. Invece, l’adattamento, nel suo senso evolutivo, designa il risultato di cambiamenti ereditari selezionati all’interno di una popolazione. La plasticità, dal canto suo, permette a un individuo di modificare il proprio fenotipo senza che sia necessario un cambiamento genetico nel corso della sua vita [2, 4].

Cinque nozioni da non confondere

Cinque nozioni, spesso confuse, strutturano tutto questo dossier:

NozioneDefinizione prudente
Adattamento evolutivoModificazione ereditaria di una popolazione nel corso delle generazioni per effetto della selezione, della deriva, delle mutazioni e del flusso genico
Plasticità fenotipicaCapacità di uno stesso genotipo di produrre fenotipi diversi a seconda dell’ambiente
Acclimatazione o aggiustamento fisiologicoModificazione reversibile in un individuo esposto a una variazione del proprio ambiente
RobustezzaCapacità di mantenere una funzione malgrado una perturbazione
EvolvibilitàCapacità di un sistema genetico di produrre una variazione ereditaria suscettibile di essere selezionata

Tuttavia, la plasticità e la robustezza non sono semplicemente opposte. Infatti, un organismo può modificare certe caratteristiche pur conservando stabili altre funzioni. I lavori sulla robustezza biologica mostrano peraltro che robustezza, plasticità ed evolvibilità possono talvolta rafforzarsi reciprocamente [1–3].

Obiettivo del dossier

L’obiettivo di questo dossier è proporre una lettura integrata dell’adattabilità a più livelli di organizzazione, dalle reti molecolari fino agli ecosistemi, per poi mostrare come questa lettura illumini un caso particolare: il corpo umano in posizione seduta. Così, il termine «potenziale di adattabilitàPotenziale di adattabilitàPossibilità accessibili a una persona in una data situazione per modificare la propria organizzazione posturale e far variare le sollecitazioni esercitate sui tessuti, senza perdere l’equilibrio né concentrare durevolmente tali sollecitazioni.Leggi la scheda completa : Potenziale di adattabilità» vi designa la capacità latente di un sistema di produrre risposte diverse, di mantenere le proprie funzioni o di generare nuove soluzioni quando è confrontato a una perturbazione. Per il corpo seduto, il quadro di riferimento SBNFA™ ne distingue due espressioni, l’adattabilità posturaleAdattabilità posturaleNel quadro di riferimento SBNFA™, l’adattabilità posturale indica la capacità funzionale di una persona di aggiustare in continuo la propria organizzazione corporea — mantenerla, modificarla, ridistribuire i propri appoggi — in funzione del compito, dell’ambiente, degli appoggi disponibili e del proprio stato funzionale del momento.Leggi la scheda completa : Adattabilità posturale e l’adattabilità tissutaleAdattabilità tissutaleNel quadro di riferimento SBNFA™, l’adattabilità tissutale indica la capacità funzionale dei tessuti, in particolare delle fasce, di modificare la propria configurazione meccanica per effetto delle sollecitazioni, di ridistribuire tali sollecitazioni, di recuperare dopo lo scarico e di evolvere nel tempo senza perdere durevolmente le proprie possibilità di deformazione e di scorrimento.Leggi la scheda completa : Adattabilità tissutale, presentate nella sezione 8.

Il titolo parla di una «legge del vivente». Occorre dunque intenderla come un principio di organizzazione che ogni sistema vivente incontra — persistere in un mondo variabile — e non come un meccanismo unico che funzionerebbe in modo identico dalla molecola all’ecosistema. Il seguito del dossier distingue quindi ciò che è comune ai livelli di organizzazione e ciò che non lo è.

1. Definire l’adattabilità

Prima di parlare di potenziale, occorre precisare che cosa sia l’adattabilità, e che cosa non sia.

Una proprietà funzionale, non un meccanismo unico

Infatti, l’adattabilità non è un meccanismo unico. Risulta piuttosto dall’interazione tra diverse proprietà: plasticità, robustezza, ridondanza, modularità, capacità di riparazione, memoria, apprendimento e variabilità genetica.

Così, un sistema adattabile può rispondere in diversi modi. Può modificare il proprio funzionamento, mantenere la propria configurazione malgrado la perturbazione, attivare una via alternativa o cambiare stato quando le condizioni diventano incompatibili con la sua organizzazione iniziale.

Questa diversità spiega dunque perché sia difficile dare una definizione unica dell’adattabilità. Così, in biologia evolutiva, può essere associata alla capacità di una popolazione di produrre varianti e di rispondere alla selezione. In fisiologia, rinvia piuttosto alla regolazione e alla plasticità di un organismo. Quanto all’ecologia, riguarda la capacità di una popolazione o di un ecosistema di assorbire una perturbazione e di riorganizzarsi.

Il termine adattabilità deve dunque essere sempre accompagnato dal livello di organizzazione interessato.

Adattamento, plasticità e acclimatazione

La selezione naturale agisce infatti su variazioni ereditarie tra individui. Può favorire certi tratti quando questi aumentano la sopravvivenza o il successo riproduttivo in un ambiente dato. In questo quadro, l’adattamento è dunque una proprietà delle popolazioni, non una trasformazione intenzionale di un individuo nel corso della sua vita [6–8].

La plasticità fenotipica corrisponde alla capacità di uno stesso genotipo di produrre caratteristiche diverse a seconda delle condizioni ambientali. Questa plasticità può riguardare in particolare la morfologia, la fisiologia, lo sviluppo o il comportamento [2, 4, 5].

L’acclimatazione designa più precisamente un aggiustamento reversibile di un individuo esposto a condizioni naturali o sperimentali. L’aumento della capacità ventilatoria durante un’esposizione all’altitudine, le modificazioni stagionali del metabolismo o certi cambiamenti di tolleranza termica ne sono peraltro esempi generali.

ProcessoScala temporaleLivello principaleCarattere ereditario
Regolazione fisiologicaDa secondi a oreCellula od organismoNon necessariamente
AcclimatazioneDa giorni a settimaneOrganismoGeneralmente no
Plasticità fenotipicaSviluppo o ciclo di vitaOrganismoDipende dal genotipo e dall’ambiente
Adattamento evolutivoGenerazioniPopolazioneSì, a livello della popolazione
Resilienza ecologicaDa anni a decenniComunità o ecosistemaNon nel senso genetico diretto

Questa distinzione è indispensabile per evitare di attribuire all’evoluzione cambiamenti che dipendono in realtà dalla plasticità o dalla regolazione fisiologica.

2. Il potenziale di adattabilità

Il potenziale di adattabilità non designa una riserva misurabile unica. Può piuttosto essere definito come l’insieme delle possibilità di cui dispone un sistema per produrre una risposta funzionale quando è sottoposto a una variazione o a una perturbazione.

Questo potenziale dipende in particolare dalla diversità degli stati accessibili, dalla ridondanza delle funzioni, dalla modularità dell’organizzazione e dalla capacità di generare variazioni senza perdere immediatamente la funzione principale. È latente: esiste prima della perturbazione, indipendentemente dall’uso che ne verrà fatto, ed è ciò che lo distingue dall’adattabilità propriamente detta, capacità espressa di fronte a una situazione data.

Robustezza e plasticità

La robustezza corrisponde alla capacità di un tratto o di una funzione di restare relativamente stabile malgrado una perturbazione genetica o ambientale. La plasticità corrisponde al contrario alla capacità di modificare il fenotipo in funzione delle condizioni [1, 2].

Queste due proprietà possono sembrare opposte. Eppure, un organismo può essere robusto per certe funzioni e plastico per altre. Può così mantenere una temperatura interna relativamente stabile pur modificando il proprio comportamento, il proprio metabolismo o la propria circolazione sanguigna.

Lavori teorici e sperimentali suggeriscono inoltre che la robustezza possa favorire l’evolvibilità. Infatti, tollerando certe variazioni genetiche senza perdere la propria funzione, un sistema può accumulare una diversità di configurazioni e produrre successivamente innovazioni fenotipiche in certe condizioni [1, 3, 11].

Ridondanza e modularità

La ridondanza designa innanzitutto la presenza di più elementi suscettibili di contribuire a una stessa funzione. Può così fornire una capacità di compensazione quando un elemento è alterato. La modularità permette invece di limitare gli effetti di una perturbazione a una parte del sistema.

Queste nozioni sono peraltro particolarmente importanti nelle reti biologiche. Per esempio, una rete metabolica o di regolazione può talvolta utilizzare più vie per raggiungere un risultato comparabile. Questa organizzazione non elimina i limiti dell’adattamento, ma può aumentare il numero di risposte disponibili [3].

Occorre tuttavia evitare di presentare la ridondanza come un vantaggio assoluto. Può infatti avere un costo energetico, produrre interazioni complesse o diventare inutile se più elementi sono colpiti dalla stessa perturbazione.

ProprietàChe cosa apporta al potenziale di adattabilitàLimite
Diversità degli stati accessibiliPiù risposte possibili a una stessa perturbazioneNon tutte sono praticabili né equivalenti
RobustezzaMantenimento della funzione malgrado la perturbazionePuò mascherare una fragilità finché la soglia non è superata
RidondanzaCompensazione quando un elemento è alteratoCosto energetico; inefficace se tutti gli elementi sono colpiti
ModularitàLimitazione della perturbazione a una parte del sistemaPuò ridurre gli scambi tra moduli

Il potenziale di adattabilità non è una quantità unica: è lo spazio delle risposte che un sistema può ancora mobilitare.

3. I meccanismi biologici

L’adattabilità mobilita diverse famiglie di meccanismi, che operano su scale temporali diverse e si combinano nella maggior parte delle situazioni reali.

Plasticità fenotipica

La plasticità fenotipica permette a uno stesso genotipo di produrre fenotipi diversi a seconda dell’ambiente. Può comparire in particolare durante lo sviluppo o risultare da una modificazione reversibile dell’attività fisiologica [4, 5].

Per esempio, nelle piante, la disponibilità di luce può modificare la forma delle foglie, l’allocazione delle risorse o la crescita dei fusti. Allo stesso modo, negli animali, la temperatura, la nutrizione, la densità di popolazione o le interazioni sociali possono influenzare la crescita, la morfologia o il comportamento.

La plasticità non è tuttavia sempre benefica. Una risposta può essere incompleta, troppo lenta, energeticamente costosa o inadatta quando l’ambiente cambia più rapidamente della capacità di regolazione. La plasticità deve dunque essere intesa come una possibilità di risposta, e non come una garanzia di adattamento riuscito [4].

Regolazione genica ed epigenetica

Infatti, le cellule adattano la propria attività modulando l’espressione dei propri geni. Questa regolazione dipende in particolare da segnali interni ed esterni, da fattori di trascrizione, dall’organizzazione della cromatina e da reti di segnalazione. L’esempio classico è quello dell’operone lattosio nel batterio Escherichia coli: i geni necessari all’utilizzo del lattosio vengono espressi solo quando questo zucchero è disponibile [21].

Il termine «epigenetica» è stato peraltro introdotto da Conrad Waddington per descrivere le interazioni tra lo sviluppo, il genoma e l’ambiente che conducono all’espressione del fenotipo. Il suo concetto di paesaggio epigenetico illustrava così il modo in cui le traiettorie di sviluppo possono essere stabilizzate o modificate [9].

Nella biologia contemporanea, l’epigenetica designa in particolare meccanismi come la metilazione del DNA, le modificazioni degli istoni e certi processi di regolazione della cromatina. Questi meccanismi possono partecipare alla plasticità cellulare, ma occorre evitare di dedurne che le esperienze individuali siano sistematicamente trasmesse alla discendenza.

La reversibilità di certi marcatori epigenetici e la loro eventuale trasmissione dipendono infatti dal meccanismo, dal tessuto, dalla specie e dal contesto. L’epigenetica non costituisce dunque una prova generale dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti; la portata delle eredità epigenetiche resta oggetto di dibattito [10].

Variazione genetica ed evolvibilità

L’adattamento evolutivo si basa infatti sull’esistenza di una variazione ereditaria e sulle differenze di riproduzione tra gli individui di una popolazione. Le mutazioni, la ricombinazione, il flusso genico e la deriva contribuiscono inoltre alla struttura di questa variazione [6, 7].

La selezione naturale non produce dunque direttamente una risposta perché un organismo ne avrebbe bisogno. Modifica piuttosto la frequenza di varianti già presenti o comparse per mutazione e ricombinazione. La direzione dell’evoluzione dipende quindi dalla variazione disponibile, dall’ambiente e dalla storia della popolazione [8].

L’evolvibilità designa infine la capacità di un sistema di produrre una variazione ereditaria suscettibile di condurre a un adattamento. Dipende in particolare dall’organizzazione del genoma, dalle reti di sviluppo, dalla robustezza dei fenotipi e dal modo in cui le variazioni genetiche vengono tradotte in tratti osservabili [1, 3, 11].

Comportamento, apprendimento e memoria

Il comportamento offre una via di adattamento rapida, perché può modificare l’interazione con l’ambiente senza attendere una trasformazione morfologica o genetica. L’apprendimento permette in particolare di selezionare risposte in funzione delle loro conseguenze.

È tuttavia preferibile evitare di ridurre l’apprendimento alla sola teoria del condizionamento operante. I comportamenti adattativi mobilitano anche la memoria, l’esplorazione, l’imitazione, l’anticipazione e il processo decisionale. In numerose specie, la flessibilità comportamentale permette così di sfruttare nuove risorse o di evitare rischi [13, 14].

Già alla fine del XIX secolo, Baldwin propose peraltro che l’apprendimento e il comportamento potessero influenzare la traiettoria evolutiva di una linea, un’idea nota da allora con il nome di effetto Baldwin [12].

Questa flessibilità ha tuttavia un costo. Richiede infatti tempo, capacità cognitive, informazioni affidabili e talvolta un lungo periodo di apprendimento. Un comportamento può inoltre essere adatto in un ambiente e sfavorevole in un altro.

4. Dall’organismo all’ecosistema

I meccanismi precedenti si articolano alla scala delle popolazioni, poi degli ecosistemi, dove l’adattabilità assume forme collettive.

Adattamento delle popolazioni

Alla scala delle popolazioni, l’adattamento risulta dunque dai cambiamenti di frequenza delle varianti ereditarie. La selezione naturale può favorire certi tratti, mentre la deriva genetica modifica le frequenze in modo casuale, soprattutto nelle piccole popolazioni. Il flusso genico, infine, introduce o ridistribuisce varianti tra popolazioni [6, 7].

Due esempi illustrano la possibile rapidità di questi processi. Innanzitutto, negli esperimenti di evoluzione sperimentale condotti su popolazioni di Escherichia coli per 10 000 generazioni, le linee hanno accresciuto la propria fitness in un ambiente costante pur diversificandosi [22]. Poi, nelle zanzare vettori di malattie, la resistenza agli insetticidi è comparsa sotto una forte pressione di selezione [15].

Questi meccanismi non producono tuttavia sempre un adattamento migliore. Una popolazione può infatti perdere diversità per deriva, subire una depressione da consanguineità o ricevere varianti mal adattate al proprio ambiente locale.

L’adattabilità di una popolazione dipende dunque dalla sua diversità genetica, dalla sua dimensione effettiva, dal suo tasso di riproduzione, dalla struttura del suo habitat e dalla velocità del cambiamento ambientale.

Resilienza degli ecosistemi

Alla scala degli ecosistemi, la resilienza designa generalmente la capacità di assorbire una perturbazione e di conservare una parte del proprio funzionamento, o di riorganizzarsi dopo un cambiamento importante. Holling ha distinto la stabilità attorno a uno stato di equilibrio e la resilienza, che riguarda la persistenza dell’organizzazione funzionale malgrado una perturbazione [17]. Questo approccio è stato poi esteso ai sistemi socio-ecologici, dove la capacità di adattamento occupa un posto centrale [18].

Un ecosistema resiliente non torna dunque necessariamente al suo stato iniziale. Può piuttosto adottare una nuova configurazione, con altre specie dominanti, altri flussi di materia e altre relazioni tra organismi.

La diversità, la ridondanza funzionale, la connettività e la presenza di più vie di trasferimento dell’energia possono inoltre contribuire alla resilienza. Non garantiscono tuttavia il recupero quando la perturbazione supera una soglia critica.

Cambiamento climatico e limiti dell’adattamento

Di fronte al cambiamento climatico, gli organismi e le popolazioni possono così modificare la propria distribuzione, il proprio comportamento, la propria fisiologia o il proprio calendario riproduttivo. Per esempio, certe specie si spostano verso zone più favorevoli; altre adeguano il proprio periodo di fioritura, di riproduzione o di attività. La migrazione delle farfalle monarca, che mobilita meccanismi sensoriali e fisiologici complessi, illustra così l’ampiezza di tali risposte stagionali [16].

Queste risposte sono tuttavia limitate dalla velocità del cambiamento, dalla frammentazione degli habitat, dalla disponibilità di corridoi ecologici, dalle interazioni tra specie e dai limiti fisiologici. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico sottolinea che le possibilità di adattamento diminuiscono quando i rischi climatici aumentano e le soglie ecologiche vengono superate [19].

Lo sbiancamento dei coralli illustra in particolare questo limite. Un aumento della temperatura può innescare una risposta fisiologica, ma un’esposizione prolungata o troppo intensa può superare le capacità di compensazione dell’organismo e del suo ecosistema associato [20].

5. L’adattabilità come proprietà trasversale

L’adattabilità compare a diversi livelli, ma non funziona ovunque secondo gli stessi meccanismi.

Livello di organizzazioneForma principale di adattabilitàEsempioLimite principale
MolecolareRegolazione dell’espressione genicaOperone lattosio in E. coli [21]Risposta dipendente dalle risorse e dai segnali
CellulareOmeostasi, riparazione, autofagiaRiciclo di componenti cellulariDanni che superano le capacità di riparazione
OrganismoPlasticità fisiologica, comportamento, apprendimentoAdeguamento del metabolismo o del comportamento [4]Costo energetico e vincoli di sviluppo
PopolazioneSelezione, mutazione, deriva, flusso genicoResistenza agli insetticidi nelle zanzare [15]Tempo generazionale e diversità disponibile
EcosistemaResilienza, riorganizzazione, successioneRicomposizione dopo una perturbazione [17]Soglie critiche e perdita di funzioni

Il confronto tra questi livelli deve dunque restare prudente. Una cellula non «si adatta» allo stesso modo di una popolazione. Una popolazione non apprende nel senso individuale, e un ecosistema non possiede necessariamente un’intenzione o una finalità.

Il punto comune è piuttosto la capacità di modificare uno stato, mantenere una funzione o esplorare un’altra organizzazione quando le condizioni cambiano. È in questo senso, e solo in questo senso, che l’adattabilità può essere qualificata come principio generale del vivente.

6. I limiti e i costi dell’adattabilità

Ogni adattamento ha dei limiti. Una risposta adattativa può richiedere energia, ridurre un’altra funzione o diventare inefficace quando la perturbazione supera una certa soglia.

Le teorie delle storie di vita hanno così mostrato che gli organismi devono arbitrare tra crescita, sopravvivenza e riproduzione. L’investimento nella difesa, nella riparazione o nella tolleranza a uno stress può per esempio ridurre le risorse disponibili per altre funzioni [23].

Questi compromessi spiegano dunque perché un organismo non possa massimizzare simultaneamente tutte le proprie capacità. Una pianta che investe di più nella difesa può crescere meno rapidamente. Allo stesso modo, un animale che mantiene una vigilanza elevata può ridurre la propria alimentazione o la propria riproduzione. Una popolazione che si adatta rapidamente a una condizione può diventare più vulnerabile quando l’ambiente cambia di nuovo.

L’adattabilità non deve essere confusa con una capacità illimitata di recupero: corrisponde a un equilibrio tra le possibilità di risposta, i costi associati, i tempi disponibili e l’intensità della perturbazione.

7. Un’apertura verso i sistemi artificiali

I sistemi artificiali si ispirano a diverse proprietà del vivente: apprendimento, selezione, adattamento in tempo reale, modularità e tolleranza ai guasti. Gli algoritmi evolutivi e le reti neurali utilizzano in particolare certe analogie con la selezione, l’apprendimento e le reti biologiche [24].

Queste analogie restano tuttavia parziali. Infatti, un algoritmo non ha necessariamente un metabolismo, una riproduzione biologica o un’autoregolazione fisiologica. È preferibile parlare di ispirazione formale piuttosto che di somiglianza completa con il vivente.

L’interesse di questi accostamenti è ricercare sistemi capaci di modificare il proprio comportamento in funzione dei dati, di conservare certe funzioni malgrado le perturbazioni e di produrre soluzioni nuove in uno spazio di vincoli dato. È la stessa logica di trasposizione prudente che guida la sezione seguente, dedicata al corpo umano seduto.

8. Dal vivente alla postura umana: le quattro leggi del vivente dello SBNFA™

Il quadro di riferimento SBNFA™ — Sistema Biomeccanico Neuro-Fasciale e Adattativo — di Blue Portance applica il principio di adattabilità a un caso particolare: il corpo umano in posizione seduta. Non pretende di dimostrare che l’adattabilità sia una «legge» in senso fisico. Assume piuttosto quattro principi di funzionamento del vivente, detti «leggi del vivente», e ne deduce ciò che una seduta deve permettere al corpo di fare [28].

Le quattro leggi del vivente dello SBNFA™

Legge del viventeChe cosa dice il principioChe cosa implica per una seduta
Variabilità motoriaIl vivente non funziona per immobilità prolungata, ma per aggiustamenti, microcorrezioni e cambiamenti di strategia posturaleNon imporre una geometria fissa; consentire lo spostamento discreto del bacino, del tronco e degli arti senza uno sforzo di controllo eccessivo
Flussi tissutaliI tessuti hanno bisogno di circolazione, di ossigenazione, di rilancio meccanico e di alternanza tra compressione e decompressioneEvitare una pressione continua sulle stesse zone di appoggio
Indipendenza segmentaleIl corpo è una catena cinematica, non un blocco monoliticoLasciare che il bacino, le anche, il tronco e la colonna cooperino senza essere fusi dalla sedia
Regolazione autonomaIl corpo adegua costantemente la propria postura a partire dai propri ritorni sensorialiOffrire una zona di stabilità dinamica: abbastanza sostegno per evitare il collasso, abbastanza libertà per correggere e riorganizzare la postura

Dalla variabilità alla posizione naturale

Si ritrovano qui, applicate alla seduta, le nozioni delle sezioni precedenti. La prima legge prolunga la questione della variabilità: Bernstein aveva mostrato che la coordinazione del movimento non consiste nel ripetere un gesto identico, ma nel risolvere ogni volta di nuovo un problema motorio [25]. Lavori di fisioterapia neurologica hanno peraltro proposto che una variabilità né troppo debole né eccessiva caratterizzi un sistema sano, mentre una variabilità troppo ridotta o disordinata sarebbe associata a una minore capacità di adattamento [26]. Questa ipotesi riguarda il movimento in generale: non è stata stabilita specificamente per la seduta.

Il riposo umano non è peraltro sinonimo di immobilità: presso gli Hadza della Tanzania, gli adulti trascorrono una parte notevole del proprio riposo non deambulatorio in posizione accovacciata, postura in cui l’attività muscolare resta superiore a quella osservata su una sedia [27]. Il quadro di riferimento definisce così una posizione naturale come una configurazione in cui il corpo conserva una capacità di aggiustamento, di ridistribuzione dei carichi e di regolazione attiva [28].

Adattabilità e potenziale di adattabilità in posizione seduta

Trasposto all’essere umano seduto, il «potenziale di adattabilità» della sezione 2 — lo spazio delle risposte ancora mobilitabili — assume una forma precisa. Il glossario di Blue Portance distingue tre nozioni affini:

TermineDefinizione nel quadro di riferimento Blue Portance
AdattabilitàCapacità espressa in situazione
Potenziale di adattabilitàPossibilità accessibili a una persona, in una situazione data, per modificare la propria organizzazione posturale e far variare le sollecitazioni esercitate sui tessuti, senza perdere l’equilibrio né concentrare durevolmente tali sollecitazioni
Riserva adattativaRiserva adattativaLa riserva adattativa designa, nello SBNFA™, il margine funzionale ancora disponibile che consente a un sistema biologico di modificare la propria organizzazione quando una sollecitazione o una situazione cambia.Leggi la scheda completa : Riserva adattativaMargine funzionale residuo

In questa lettura, il potenziale di adattabilità risulta dunque dall’interazione tra la persona, il compito e l’ambiente, di cui fa parte la sedia. Viene analizzato in particolare attraverso la libertà di movimento, la stabilità dinamica, la capacità di aggiustamento e di ridistribuzione delle sollecitazioni e la variazione degli appoggi [28]. Gli «stati accessibili» della biologia diventano così qui le configurazioni di equilibrio stabilizzabili e i gradi di libertà realmente utilizzabili.

Il «potenziale di adattabilità» è una costruzione propria di Blue Portance: gli studi citati sostengono certe componenti dell’analisi, ma non ne forniscono una misura validata. Non si deduce quindi dalla sola mobilità della sedia. Il quadro di riferimento ricorda peraltro esso stesso che un’analogia con il vivente non è una prova: serve a identificare funzioni da approfondire [28]. Per approfondire, vedere il modello SBNFA™.

Adattabilità posturale, adattabilità tissutale e circuito sensoriale

Nel quadro di riferimento, l’adattabilità è il concetto integratore: la capacità del corpo di adeguare la propria organizzazione posturale e le proprie risposte tissutali di fronte alle sollecitazioni, preservando equilibrio, mobilità e ripartizione dei carichi. Ha due espressioni da distinguere: l’adattabilità posturale, aggiustamento dell’organizzazione del corpo, e l’adattabilità tissutale, risposta dei tessuti alle sollecitazioni meccaniche. L’aggiustamento posturale immediato e l’adattamento tissutale a più lungo termine non devono essere confusi [28].

Un circuito sensoriale, informazionale e propriocettivo partecipa al processo che permette l’adattamento: movimento corporeo, informazione meccanica trasmessa alla seduta, risposta della seduta, ritorno sensoriale verso il corpo, aggiustamento sensomotorio. La seduta non produce la propriocezionePropriocezioneLa propriocezione è la capacità del corpo di percepire la posizione, il movimento e lo sforzo delle sue diverse parti, senza bisogno di guardarle.Leggi la scheda completa : Propriocezione: elabora l’informazione meccanica che il corpo le fornisce, micromovimentiMicromovimentiSpostamenti di piccola ampiezza che possono partecipare agli aggiustamenti posturali continui e far variare gli appoggi e le sollecitazioni senza un cambiamento completo di posizione.Leggi la scheda completa : Micromovimenti compresi, e può rispondervi senza ritardo, oppure no. Questa dimensione non è dunque una terza adattabilità: è un meccanismo trasversale dell’aggiustamento, che la quarta legge del vivente, la regolazione autonoma, riassume così: il corpo adegua costantemente la propria postura a partire dai propri ritorni sensoriali [28].

Tre dimensioni di lettura, trasversali

Tre dimensioni di lettura permettono di leggere le sette funzioni del quadro di riferimento senza sostituirle né ridistribuirle: la dimensione posturale o biomeccanica (organizzazione del corpo, gradi di libertà, equilibri accessibili), la dimensione sensoriale, informazionale e propriocettiva, e la dimensione tissutale (sollecitazioni, variazione e ridistribuzione, risposte dei tessuti). Una funzione può mobilitarne diverse: la prima le attraversa tutte, poiché il potenziale di adattabilità riguarda al tempo stesso l’organizzazione posturale, l’equilibrio e la variazione delle sollecitazioni esercitate sui tessuti.

LivelloDomandaContenuto
Concetto integratoreChe cosa si cerca di preservare?L’adattabilità: la capacità di continuare ad adeguarsi di fronte alle sollecitazioni
Due espressioniChe cosa si adatta?L’organizzazione posturale (adattabilità posturale); i tessuti in appoggio (adattabilità tissutale)
Tre dimensioni di letturaAttraverso quali processi funzionali?Posturale o biomeccanica; sensoriale, informazionale e propriocettiva; tissutale
Struttura operativaCome osservarla e valutarla?Sette funzioni, diciannove variabili di stato, scala da 0 a 4 o ND, invariate

Questi livelli di lettura non aggiungono, non tolgono né ridistribuiscono alcuna funzione né alcuna variabile, e non sono oggetto di alcun punteggio: servono da griglia esplicativa del quadro di riferimento.

9. Come Aporia® rende possibile il potenziale di adattabilità in posizione seduta

Nello SBNFA™, la prima delle sette funzioni valutate è la «preservazione del potenziale di adattabilità del soggetto». Si basa su un’idea semplice: il soggetto deve restare l’induttore del cambiamento, con la seduta che risponde alla sua richiesta meccanica senza imporgli la propria traiettoria [28]. Questa funzione è trasversale: il potenziale di adattabilità riguarda al tempo stesso l’organizzazione posturale, l’equilibrio e la variazione delle sollecitazioni esercitate sui tessuti.

Prima funzione: due variabili

Si distinguono due variabili. La prima riguarda la governance del movimento: chi lo avvia, ne sceglie la direzione e ne controlla l’ampiezza, la velocità e l’arresto. La seconda riguarda invece la risoluzione meccanica dell’interfaccia: risponde agli adattamenti di ampiezza molto ridotta, senza soglia eccessiva, zona morta, scatto o richiamo dominante? [28]

L’architettura dell’ExoBase™ Aporia®

L’ExoBase™ Aporia® associa così una base curva mobile a quattro pad articolati e meccanicamente indipendenti, ciascuno con la propria schiuma e il proprio rivestimento. Il quadro di riferimento descrive inoltre uno spazio continuo di oscillazioni equilibrate fino a ±45°, nel quale la persona può passare da una posizione stabilizzata a un’altra senza dover mantenere uno squilibrio imposto dalla sedia [29, 30]. È in questo senso che Aporia® rende possibile il potenziale di adattabilità in posizione seduta: non regolando la postura al posto del soggetto, ma non opponendogli né soglia, né scatto, né punto zero imposto.

Che cosa dice la valutazione

LivelloFormulazione
ProgettazioneQuattro pad indipendenti su base curva mobile, progettati per permettere variazioni relative degli appoggi [29]
Capacità valutataBoréal–Aporia ottiene 3,75/4 sulle sette funzioni del quadro di riferimento, contro valori da 1,76 a 2,62 per cinque sedute del mercato; 4,00/4 in adattabilità, contro 3,50 per il miglior concorrente [30]
Effetto da testareVariabilità posturaleVariabilità posturaleLa variabilità posturale designa le fluttuazioni della postura nel tempo. Si misura in particolare attraverso gli spostamenti del centro di pressione e non è né buona né cattiva in sé.Leggi la scheda completa : Variabilità posturale, ripartizione delle pressioni, attività muscolare, comfort e tolleranza durante un compito prolungato
Effetto clinicoNon dimostrato: una riduzione dei dolori non può essere affermata senza uno studio specifico

Nota metodologica — I punteggi qui presentati sono i punteggi funzionali grezzi derivati dalle sette funzioni dello SBNFA™. Non integrano gli effetti indotti dalle interdipendenze tra funzioni, presi in considerazione nell’analisi sistemica approfondita del benchmark.

Limiti e misurazioni future

Questa valutazione è tuttavia esperta e non strumentale: riguarda le capacità offerte dall’architettura, non l’uso che ne fa una determinata persona, e un prototipo non commercializzato. Il quadro di riferimento documenta anche dei limiti: spostamenti orizzontali e rotulazione rachide–bacino limitati dalla geometria dell’insieme, ripartizione delle pressioni dipendente dalla morfologia, rigidità non regolabile separatamente su ciascun pad [29, 30]. Inoltre, misurazioni strumentali sono programmate con il laboratorio GIBOC dell’Institut des Sciences du Mouvement nel primo semestre 2027.

Il dettaglio del benchmark è presentato nell’articolo Boréal–Aporia di fronte alle sedute dinamiche (in francese).

10. Conclusione

L’adattabilità è una proprietà trasversale del vivente, ma non costituisce una legge universale nel senso di un meccanismo unico che funzionerebbe in modo identico a tutti i livelli. Designa piuttosto una famiglia di capacità che permettono a un sistema di mantenere una funzione, di modificare il proprio stato o di produrre una nuova organizzazione di fronte a una variazione. È in quanto principio di organizzazione che può essere detta «legge del vivente».

Nell’organismo, si basa innanzitutto sulla regolazione fisiologica, la plasticità, il comportamento e l’apprendimento. Nelle popolazioni, dipende poi dalla variazione ereditaria e dall’evoluzione. Negli ecosistemi, si manifesta infine attraverso la resistenza, la resilienza e la riorganizzazione.

Il potenziale di adattabilità può allora essere inteso come la combinazione di diverse proprietà: diversità delle risposte, robustezza delle funzioni, modularità dell’organizzazione, capacità di riparazione e possibilità di produrre una variazione sfruttabile. Questo potenziale non è tuttavia illimitato. Dipende infatti dalle risorse, dal tempo disponibile, dalla velocità del cambiamento e dalle soglie proprie del sistema.

L’adattabilità non è una risposta unica del vivente, ma una capacità di mantenere, modificare o riorganizzare le funzioni in funzione delle sollecitazioni. Si esprime così attraverso la plasticità, la robustezza, la regolazione, l’apprendimento, l’evoluzione e la resilienza. Il potenziale di adattabilità corrisponde allo spazio delle risposte che un sistema può ancora mobilitare prima di raggiungere i propri limiti.

Dal principio alla seduta

Applicato alla seduta, questo principio conduce dunque a un criterio: non «la sedia si muove?», ma «quale spazio di risposte lascia al corpo?». Questo criterio si legge secondo due espressioni dell’adattabilità: posturale, in cui il soggetto riorganizza la propria postura, e tissutale, in cui i tessuti in appoggio rispondono alle sollecitazioni. Aporia® è progettato per rispondere a questo criterio; i suoi effetti restano tuttavia da misurare.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra adattabilità e adattamento?

L’adattabilità designa innanzitutto una capacità o una proprietà funzionale: la possibilità di rispondere a una variazione. L’adattamento, in senso evolutivo, designa invece il risultato di cambiamenti ereditari selezionati all’interno di una popolazione. La plasticità e l’acclimatazione, dal canto loro, sono aggiustamenti di un individuo che non presuppongono un cambiamento genetico.

L’adattabilità è davvero una «legge» del vivente?

È infatti un principio di organizzazione che ogni sistema vivente incontra: persistere in un ambiente variabile. Non è dunque un meccanismo unico che funzionerebbe in modo identico dalla molecola all’ecosistema. Così, una cellula non si adatta come una popolazione, né una popolazione come un ecosistema.

Il potenziale di adattabilità

Che cos’è il potenziale di adattabilità?

È l’insieme delle possibilità di cui dispone un sistema per produrre una risposta funzionale di fronte a una variazione o a una perturbazione. Dipende in particolare dalla diversità degli stati accessibili, dalla ridondanza, dalla modularità e dalla robustezza. Non è tuttavia illimitato e non si riduce a una riserva misurabile unica.

Robustezza e plasticità non sono in contraddizione?

Non necessariamente. Un organismo può infatti essere robusto per certe funzioni, come la temperatura interna, e plastico per altre, come il comportamento o il metabolismo. Alcuni lavori suggeriscono inoltre che la robustezza possa favorire l’evolvibilità.

Adattabilità e posizione seduta

Che cosa sono l’adattabilità posturale, l’adattabilità tissutale e il circuito sensoriale?

Nel quadro di riferimento SBNFA™, l’adattabilità è il concetto integratore: la capacità del corpo di adeguare la propria organizzazione posturale e le proprie risposte tissutali di fronte alle sollecitazioni. L’adattabilità posturale riguarda l’organizzazione del corpo; l’adattabilità tissutale, la risposta dei tessuti in appoggio. Un circuito sensoriale e propriocettivo partecipa all’aggiustamento: non è una terza adattabilità. Questa lettura non modifica né le sette funzioni né le diciannove variabili.

Che cosa significa il potenziale di adattabilità in posizione seduta?

Nel quadro di riferimento SBNFA™, sono le possibilità accessibili a una persona per modificare la propria organizzazione posturale e far variare le sollecitazioni esercitate sui propri tessuti, senza perdere l’equilibrio né concentrare durevolmente tali sollecitazioni. È una costruzione propria di Blue Portance, senza misura validata ad oggi. Gli effetti di Aporia® su questo potenziale sono tuttavia valutati da esperti, non ancora misurati in modo strumentale.

Aporia® in pratica

Scopra l’architettura che rende possibile il potenziale di adattabilità in posizione seduta.

Scopra Aporia® → (in francese)

Riferimenti bibliografici

Plasticità, robustezza ed evolvibilità

  1. Masel & Trotter, 2010 — Robustness and evolvability. Trends in Genetics, 26(9), 406–414.
  2. Pigliucci, 2001 — Phenotypic plasticity: beyond nature and nurture. Johns Hopkins University Press.
  3. Wagner, 2008 — Robustness and evolvability: a paradox resolved. Proceedings of the Royal Society B, 275(1630), 91–100.
  4. Via et al., 1995 — Adaptive phenotypic plasticity: consensus and controversy. Trends in Ecology & Evolution, 10(5), 212–217.
  5. West-Eberhard, 2003 — Developmental plasticity and evolution. Oxford University Press.

Adattamento evolutivo ed epigenetica

  1. Dobzhansky, 1937 — Genetics and the origin of species. Columbia University Press.
  2. Fisher, 1930 — The genetical theory of natural selection. Clarendon Press.
  3. Darwin, 1859 — On the origin of species by means of natural selection. John Murray.
  4. Waddington, 1942 — Canalization of development and the inheritance of acquired characters. Nature, 150(3811), 563–565.
  5. Jablonka & Lamb, 2005 — Evolution in four dimensions: genetic, epigenetic, behavioral, and symbolic variation in the history of life. MIT Press.
  6. Kirschner & Gerhart, 1998 — Evolvability. Proceedings of the National Academy of Sciences, 95(15), 8420–8427.
  7. Baldwin, 1896 — A new factor in evolution. The American Naturalist, 30(354), 441–451.

Comportamento, popolazioni ed ecosistemi

  1. Reader & Laland, 2002 — Social intelligence, innovation, and enhanced brain size in primates. Proceedings of the National Academy of Sciences, 99(7), 4436–4441.
  2. Shettleworth, 2010 — Cognition, evolution, and behavior (2ª ed.). Oxford University Press.
  3. Hemingway & Ranson, 2000 — Insecticide resistance in insect vectors of human disease. Annual Review of Entomology, 45, 371–391.
  4. Reppert & de Roode, 2018 — Demystifying monarch butterfly migration. Current Biology, 28(17), R1009–R1022.
  5. Holling, 1973 — Resilience and stability of ecological systems. Annual Review of Ecology and Systematics, 4, 1–23.
  6. Folke, 2006 — Resilience: the emergence of a perspective for social–ecological systems analyses. Global Environmental Change, 16(3), 253–267.
  7. IPCC, 2022 — Climate change 2022: impacts, adaptation and vulnerability. Cambridge University Press.
  8. Hughes et al., 2017 — Global warming and recurrent mass bleaching of corals. Nature, 543, 373–377.

Regolazione genica, costi e sistemi artificiali

  1. Jacob & Monod, 1961 — Genetic regulatory mechanisms in the synthesis of proteins. Journal of Molecular Biology, 3(3), 318–356.
  2. Lenski & Travisano, 1994 — Dynamics of adaptation and diversification: a 10,000-generation experiment with bacterial populations. Proceedings of the National Academy of Sciences, 91(15), 6808–6814.
  3. Stearns, 1992 — The evolution of life histories. Oxford University Press.
  4. Holland, 1975 — Adaptation in natural and artificial systems. University of Michigan Press.

Variabilità motoria, posizioni naturali e quadro di riferimento SBNFA™

  1. Bernstein, 1967 — The co-ordination and regulation of movements. Pergamon Press.
  2. Stergiou et al., 2006 — Optimal movement variability: a new theoretical perspective for neurologic physical therapy. Journal of Neurologic Physical Therapy, 30(3), 120–129.
  3. Raichlen et al., 2020 — Sitting, squatting, and the evolutionary biology of human inactivity. Proceedings of the National Academy of Sciences, 117(13), 7115–7121.
  4. Blue Portance, 2026 (a) — Quadro di riferimento SBNFA™ per la valutazione dei dispositivi di seduta — Parte I: quadro scientifico e metodologico. Documento interno, versione del 3 agosto 2026.
  5. Blue Portance, 2026 (b) — Quadro di riferimento SBNFA™ — Parte III: monografie e valutazione comparativa (V14). Documento interno, 25 agosto 2026.
  6. Blue Portance, 2026 (c) — Quadro di riferimento SBNFA™ — Sintesi della valutazione (V20). Documento interno, 25 agosto 2026.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *